La prima iniziativa riguardante la militarizzazione del territorio vicentino la organizzai in collaborazione con gruppi e associazioni pacifiste nel novembre 2005, un anno prima che la questione Dal Molin irrompesse sulla scena pubblica. Oltre cento persone ad ascoltare preoccupate ciò che nessuno si era degnato di dire a loro e a tutta la città. Al tempo ero consigliere di circoscrizione dei Verdi, e il primo progetto di una nuova struttura militare statunitense la voleva collocata proprio nel mio quartiere, in una grande zona agricola a ridosso della città e adiacente la caserma Ederle, struttura che ospita la 173^ Airborne Brigade.
Da allora molte cose sono successe, il volto e l’anima della città si è modificato profondamente, producendo un nuovo senso comune di appartenenza a un luogo. Una percezione diversa del governo della res publica, delle relazioni sociali, umane e politiche ha portato alla nascita di un movimento trasversale, non inquadrabile nelle categorie classiche della politica, andando oltre la dicotomia destra-sinistra. Il titolo dell’iniziativa di quella fredda serata di novembre era “Per fare la guerra ci rubano la terra”. Oggi dovremmo aggiungere “ci distruggono le falde”.
Un paradosso evidente. Vicenza ospiterà Africom, la struttura dell’esercito Usa che dovrà controllare militarmente il continente africano. Per fare questo si costruisce una enorme caserma, lunga un chilometro e mezzo, che per stare in piedi ha bisogno di migliaia di pali conficcati nel terreno. Solo che sotto quel terreno c’è uno dei più ricchi bacini d’acqua del nord Italia. Già oggi le guerre si combattono per “l’oro blu”, e milioni di persone sono costrette a diventare profughi ambientali, a cui l’Occidente risponde con respingimenti e con politiche sempre più incentrate sull’uso della forza militare. Africom servirà anche a regolare e reprimere questi flussi di masse disperate, e per fare questo è disposta a distruggere ambienti e territori.
Con queste premesse, ogni vicentino ha potuto trovare cittadinanza all’interno di questo composito movimento; chi per l’attenzione all’ambiente e alle risorse naturali, chi in nome della pace e chi in nome di una democrazia che a Vicenza è stata irrisa, calpestata, cancellata. Pace, ambiente, democrazia, un mix che, nel farsi corpo collettivo e discorso comune, ha spiazzato tutti. Pochi avrebbero scommesso che una città sonnacchiosa, abituata a lavorare a testa bassa senza preoccuparsi di ciò che attorno ad essa succedeva, abituata a delegare, riuscisse ad esprimere una così forte rivendicazione di dignità e di capacità di interferire nei processi decisionali. Qualcuno pensava che questo movimento fosse stato sconfitto, dal momento in cui il “Potere” aveva deciso di sostituire le armi della dialettica alla dialettica delle armi. Il blitz del 31 gennaio ha dimostrato che questo movimento, pur tra mille difficoltà, non ha intenzione di fare ritorno al privato. Troppe, e troppo importanti, le motivazioni che lo hanno fatto nascere, per vederlo scemare.
Olol Jackson, Verdi – I.D.E.A. per il Veneto





0 commenti:
Posta un commento